Acropoli e Piano di Manuzza

Il quartiere dell'acropoli e l'antico centro urbano

 

Vista lottizzazione e piano regolatore dell'acropoli di SelinunteI due quartieri principali, sulla collina di Manuzza a Nord (antico centro urbano) e sull’area dell’acropoli a Sud, sono organizzati secondo due impianti ortogonali, ma con assi divergenti. Il raccordo tra le due parti della città è ottenuto tramite una vasta area aperta, l’agorà, di forma poligonale, che funge da cerniera. Il sistema di lottizzazione primaria è simile a quello realizzato a Megara Iblea, ma la sua trasformazione in un complesso piano urbanistico (580 a.C.) appare innovativa e costituisce, insieme a quello di Agrigento, uno degli esempi più interessanti di pianificazione coloniale di età arcaica (O. Belvedere).

Nel settore meridionale dell’acropoli trova posto l’area sacra, nettamente separata dai quartieri residenziali. L’abitato distribuito sulle pendici dell’acropoli raggiunge il fondovalle occupato dai bacini portuali. Le case in opera isodoma, a pianta quadrata e di dimensioni costanti,  occupano gli isolati allungati dell’acropoli  e risalgono al V sec. a. C. Le abitazioni dell’antico centro urbano, sulla collina di Manuzza, sono costruite con muri di pietrame a secco.
Nel IV sec. a.C. l’acropoli è occupata dai Punici che realizzano numerose casette utilizzando i ruderi esistenti; tra le abitazioni collocano le aree sacre senza un preciso criterio urbanistico.

Acropoli di Selinunte: allineamento dei templi

Tempio A e Tempio O

Il tempio A viene realizzato intorno alla metà del V sec. a. C. Accostabile al tempio E per l’articolazione planimetrica, risulta certamente più armonioso: le misure delle dimensioni (6x14 colonne) e le proporzioni più meditate conferiscono all’edificio valori pienamente classici. L’allungamento della peristasi determinato dalla presenza dell’opistodomo e dell’adyton tradizionale è contenuto dalla riduzione della profondità della cella (P. Minà). L’articolata contrazione degli interassi e la lieve inclinazione delle colonne verso l’interno sono accorgimenti che formano il fregio a triglifi e metope con la massima regolarità. Gli eleganti capitelli richiamano quelli dell’Hephaisteion dell’Agorà di Atene. Nella parete d’ingresso al naos sono state ricavate due scale a chiocciola, primo esempio di questa soluzione nella storia dell’architettura.  Sul pavimento del pronao è visibile una decorazione musiva raffigurante Tanit, dea madre punica, un caduceo e una testa di toro circondata da una corona d’alloro (segni che documentano il riutilizzo di questi ambienti da parte dei cartaginesi).
Poco più a sud, il tempio O (prima metà del V sec. a.C.) è molto simile al tempio A per le dimensioni (6x14 colonne), regolarità e simmetria fra le parti. Si è ipotizzata l’attribuzione dei due templi “gemelli” a Castore e Polluce.

Tempio C

Eretto intorno al 550-540 a.C., sui resti di un più antico periptero, sviluppa premesse affermate  nell’Apollonion di Siracusa. Evidenti sono le analogie in pianta con quest’ultimo: peristasi di 6x17 colonne, doppia fila di colonne sulla fronte, interassi maggiori sulle fronti che sui fianchi, adyton al fondo della cella. Gli ampi corridoi della peristasi e la cella allungata, memore dell’antico megaron, rimangono  una costante nell’architettura selinuntina denotando una precisa concezione spaziale.  La frontalità doveva essere accentuata dalla rampa di accesso ad 8 gradini, dal gorgoneion fittile sul frontone e dalle metope scolpite sulla sola fronte orientale: qui comparivano le divinità tutelari del tempio, Apollo su quadriga con Artemide e Latona in posizione centrale, ai lati temi cari alla religiosità apollinea (uccisione di Medusa, cattura dei Cercopi) (P. Minà). L’intervento di anastilosi del 1929 ha rimesso in piedi un lungo tratto di colonnato nord. Qui le colonne sono già realizzate in rocchi, diversamente da quelle della fronte orientale e delle prime nove del lato sud, monolitiche.

Tempio B

Il tempio di modeste dimensioni costituisce una delle poche attestazioni, in Sicilia, di templi prostili tetrastili. L’ordine misto, quattro colonne ioniche e trabeazione dorica, assegna l’edificio al primo ellenismo (forse ultimo venticinquennio del IV sec. a.C.). L’interno, costituito da un pronao e da una cella, conserva ancora il basamento della statua di culto e tracce di decorazione policroma. Comunemente noto come il tempio di Empedocle (dedica data nel 1824 dall’architetto Hittorf, scopritore dell’edificio, che lo suppose eretto in onore del filosofo agrigentino che aveva dragato le acque stagnanti di Selinunte), oggi gli si attribuisce un culto ellenico assorbito dai Cartaginesi, come quello di Demetra o di Asclepio-Eshmun.

Megaron

Di chiara origine arcaica, il Megaron posto a pochi metri dal monumentale tempio C  è datato al 580 a.C. La peculiarità del monumento, tipologicamente semplice, è data dalla presenza di un colonnato interno che doveva sostenere il tetto. La cella comunica con un adyton posto all’estremità ovest, al quale venne aggiunto un altro ambiente non comunicante, utilizzato in età punica come deposito per munizioni.

Tempio D

Realizzato nel 530 a.C. dipende, nell’impianto planimetrico, dal vicino tempio C.  Il rapporto più equilibrato tra larghezza e lunghezza testimonia il progresso della scuola architettonica selinuntina. Il peristilio di 6x13 colonne e le proporzioni assegnate alla cella obbligano a sostituire alla seconda fila di colonne sulla fronte un pronao tetrastilo con 3/4 di colonna collegata a ciascuna anta (P. Minà). Le colonne slanciate posano su un crepidoma di 5 gradini. Non si conosce il nume tutelare dell’edificio, forse Atena.

Tempio Y

I resti del tempio Y, di cui non si conosce l’esatta collocazione, sono temporaneamente ricomposti su predelle in legno nell’area dei quartieri arcaici della collina di Manuzza. Si tratta forse del primo periptero selinuntino, databile al 570 a.C., al quale appartenevano “le piccole metope” utilizzate come materiale di spoglio per la costruzione delle fortificazioni. Rinvenute durante lavori di restauro, oggi sono conservate al Museo Archeologico di Palermo. Il monumento trova confronto, almeno nelle proporzioni, con il primo sacello di Aphaia ad Egina. Le colonne monolitiche sono tozze e distanziate; nell’alta trabeazione si raggiunge un perfetto coordinamento con gli interassi del colonnato (P. Minà).

Le Fortificazioni

Si attribuisce ad Ermocrate la costruzione delle mura dell’acropoli attualmente visibili. Il condottiero siracusano si insedia a Selinunte l’anno successivo alla caduta della città (408 a.C., Diodoro Siculo) e realizza una sorta di fortezza, che comprende al suo interno solo una piccola porzione di superficie della città arcaico-classica. Le mura si appoggiano ai poderosi terrazzamenti di età arcaica del santuario, seguono a metà costa i fianchi della collina per chiudersi con un semplice tratto rettilineo attraverso la sella tra acropoli e piano di Manuzza. L’impianto viene costruito in fretta e ricorrendo a materiale di spoglio, ricavato abbattendo le rovine rimaste all’esterno della cortina muraria.
Assonometria delle fortificazioni di Selinunte

Ad un momento impreciso, ma ancora entro la prima metà del IV, nella fase in cui la città continua ad essere contesa fra greci e cartaginesi, è da ricondurre un’efficace misura di difesa della porta Nord che, abbandonato definitivamente il pianoro di Manuzza, costituisce ora il limite nord della città. La nuova difesa consiste in un possente muro di rinforzo concluso da due torri rettangolari.
La compiuta realizzazione si ha in un terzo impianto basato sul sistema di difesa-offesa, attribuito al genio strategico di Agatocle, che occupò il sito nel 307/6 a.C. Il sistema era costituito da muri avanzati rispetto alle mura più antiche, provviste di una serie di passaggi ben disposti e protetti. La difesa della porta nord fu resa ancora più potente e raffinata: un lungo edificio a tre piani, di cui l’inferiore si apriva con dodici postierle al livello di un fossato scavato nella roccia. Due bastioni semicircolari erano posti uno alla testata occidentale dell’edificio, l’altro sul crinale verso nord. (D. Mertens).