La Chiesa di S. Domenico

Il sontuoso mausoleo della famiglia Aragona Tagliavia

 

Pianta della Chiesa di San DomenicoL’attuale architettura della chiesa di S. Domenico è il frutto di interventi che portarono alla trasformazione della chiesa di S. Maria di Gesù, eretta nel 1470, nel sontuoso mausoleo della famiglia Aragona Tagliavia in grado di rivaleggiare con la Chiesa Madre.

La prima fabbrica  (extra muros dicti Castri sitam et desolatam quae numquam proprium rectorem habuit) si prestava alle esigenze dei Domenicani che nel 1489 si insediavano a Castelvetrano al seguito dei Tagliavia e fondavano il proprio convento nell’area adiacente. Probabilmente riconducibile alla tipologia della chiesa-fienile diffusa nel medioevo, navata unica priva di transetto con copertura lignea e presbiterio con volta a crociera, rispondente ai canoni architettonici del tempo.

Tra gli anni Venti e Trenta del Cinquecento, di concerto con quanto avveniva nel resto della città, la chiesa di San Domenico subiva le prime sostanziali modifiche volute dal conte Giovan Vincenzo Tagliavia: una serie di cappelle coperte da volte a crociera si allineava lungo la navata; la cappella del coro, accessibile tramite un grande arcone, doveva mostrare chiaramente la sua particolare stereometria: la calotta semicilindrica impostata su grandi nicchie a cuffia era visibile anche dall’esterno, prima di venire inglobata dalle pareti perimetrali (il motivo architettonico della cappella su nicchie angolari, ampiamente diffuso nel trapanese, sarà adottato da Tommaso Ferraro per la cappella della Maddalena nella chiesa Madre).

Soltanto alcuni decenni dopo, la chiesa di S. Domenico ormai divenuta mausoleo della famiglia Tagliavia venne coinvolta in un nuovo radicale intervento che diede all’edificio l’assetto definitivo: venne rialzata la nave centrale e coperta da crociere, integrando la zona presbiteriale in un corpo unico, mentre le cappelle laterali, probabilmente ampliate, si trasformarono in basse navate tramite l’apertura di archi sui fianchi.

Nella facciata, in conci di arenaria a faccia vista secondo la tradizione, fu introdotto un portale classico con frontone spezzato su paraste di ordine composito e fregio pulvinato (particolare architettonico colto che compare anche nel portale della chiesa Madre).

Il principe Carlo veicolò il piano di modifiche della fabbrica di S. Domenico, permettendole di affrancarsi dalla tradizione locale. Le trasformazioni avviate nella chiesa di Castelvetrano mostrano, infatti,  aspetti d’avanguardia che si possono rintracciare in quegli anni a Palermo. Artefice della esuberante decorazione che copre le superfici del presbiterio e della cappella del coro fu Antonino Ferraro da Giuliana.

Nella cappella del coro, conclusa nel 1577, l’articolazione della superficie tramite elementi plastici e pittorici circondati da putti e figure a grottesche e le nicchie affollate da figure in stucco rivelano  l’apprendistato del Ferraro, testimone della realizzazione della tribuna di Antonello Gagini nella Cattedrale di Palermo.

I lavori del presbiterio continuarono fino al 1580. Per la decorazione della volta si è parlato di influenze vasariane (refettorio della chiesa di S. Anna dei Lombardi a Napoli, 1544), ma è nella strepitosa elaborazione scultorea che adorna la parete sopra l’arco di accesso al coro che  Antonino Ferraro imprime i segni  della sua originalità. Definita “barocco anzitempo” (S. Bottari) o “felice incontro tra gaginismo, spirito popolare e maniera italiana” (G. Bellafiore), l’arte del Ferraro si discosta dalla tradizione gaginiana per la libera articolazione di figure a tutto tondo in gruppi drammatici resi indipendenti da una rigida struttura architettonica.

La scelta dell’albero di Jesse quale soggetto figurativo rivela l’ideologia sottesa a tali operazioni di ristrutturazione dell’edificio. Iconografia ampiamente in uso nel medioevo dai Domenicani, che attraverso il messaggio messianico si proclamavano garanti dell’ortodossia, viene riabilitata a fine Cinquecento da una committenza principesca: Don Carlo che attraverso la rappresentazione scultorea posta all’ingresso della propria cappella attribuiva genealogie divine al proprio casato e si autocelebrava quale difensore dei confini della cristianità nel Mediterraneo (un albero di Jesse, recante i ritratti dei Tagliavia e i rispettivi nomi è scolpito a bassorilievo in una cappella dentro il palazzo ducale).

La manipolazione teatrale dello spazio si ricollega agli indirizzi architettonici della Controriforma di coinvolgere al massimo grado il fedele ed è finalizzata, in questo caso,  ad esaltare anche il potere politico: Carlo d’Aragona faceva mostra di se tramite il balconcino balaustrato aperto sul coro accessibile dal suo appartamento privato, il cosiddetto “Quarto del principe” costruito al primo piano del convento.