CAM

Il Centro Archeologico sperimentale sulla necropoli

 

Il CAM, Campus Archeologico Museale, nasce nel 2008 da «un progetto di ricerca e promozione della cultura archeologica, di valorizzazione del territorio e di sviluppo turistico», su iniziativa della fondazione Kepha Onlus. Il centro ha sede nel baglio “Case Calcara”: l’insieme di fabbricati rurali con destinazione agricola, disposti irregolarmente a formare una corte di servizio aperta, è stato riadattato per ospitare un centro di ricerca archeologica e di divulgazione culturale. Prossimo ai margini del parco archeologico, e in particolare alla “necropoli di Timpone Nero Manicalunga”, il complesso, comprendente il baglio e un’area di 4000 mq di terreno, si è proposto infatti di diventare un punto di riferimento per una serie di attività naturalmente correlate alla sua posizione strategica: dall’archeologia sperimentale, alla organizzazione di eventi e mostre, alla formazione e divulgazione scientifica.

Gli edifici, in stato di ruderi, sono stati recuperati su progetto dello studio Monoarchitetti; i tre corpi principali, separati da lievi sconnessioni che costituiscono i portali di accesso alla corte, danno vita a uno spazio aperto leggermente svasato, orientato in direzione della costa, e sono articolati rispettivamente in un blocco di alloggi ad Est, un’ala che contiene il museo archeologico, con area ristoro e spazi per seminari a Nord, e un centro archeologico, dotato di laboratori e attrezzature per il restauro, a Ovest.

L’integrità dei volumi è stata parzialmente ricomposta con tecniche costruttive tradizionali e materiali compatibili con quelli esistenti; nell’insieme gli intonaci in cocciopesto (rivestimento resistente all’acqua, già usato dai romani) miscelato con sabbie locali, i muri ricostruiti in pietra e quelli esistenti restaurati danno vita a un palinsesto di textures che propone piccole variazioni sulla stessa scala cromatica della pietra esistente; una di queste variazioni nasce da una reinterpretazione del motivo arabo della mashrabiya, finestra traforata, che ha suggerito ai progettisti l’utilizzo di una tessitura muraria forata, composta da tavelle e blocchi in tufo, per alcune delle parti ricostruite, dove si è così modulato l’ingresso della luce. Nuove strutture e impianti sono stati inseriti e lasciati a vista, accentuandone l’aspetto tecnico, suggerito dal metallo zincato, sia in alcuni degli interni sia all’esterno. Mentre gli altri edifici hanno conservato la originale fisionomia con la copertura a falde, sopra il corpo del centro archeologico, sorretta da una struttura metallica, una terrazza pavimentata in doghe di legno, inserita sul prolungamento di un antico camminamento, costituisce un nuovo belvedere sul paesaggio marcatamente orizzontale.

Verso Nord il paesaggio agricolo, con l’orditura regolare delle colture, vigneti e uliveti, resta in diretto contatto visivo con gli spazi interni, ricordando l’originaria vocazione del luogo. Un grande pozzo, oggetto scultoreo e quasi fuori scala, ruotato rispetto agli edifici, domina il paesaggio interno della corte, rendendo visibile il tradizionale sistema di distribuzione dell’acqua; il prato e la vegetazione minuta lasciata crescere tra le lastre di pietra chiara della pavimentazione fanno da contrappunto al paesaggio più esterno, assolato e arso d’estate.

Insieme a un carattere aggiunto più contemplativo e divulgativo, l’aspetto tecnico e produttivo del luogo è stato fondamentalmente confermato nel nuovo intervento, anche se dalla elaborazione tradizionale dei prodotti della terra l’attenzione è stata spostata al recupero e alla reinterpretazione di oggetti anch’essi provenienti dal suolo, i reperti archeologici.